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Il Dalai Lama e Barack Obama

Nel mio primo articolo su questo blog mi sono occupato della drammatica situazione in cui versa il Tibet da ormai 60 anni. Ho denunciato le continue e perpetrate violazioni dei  diritti umani che lì avvengono nell’oblio più assoluto della comunità internazionale e di come questo popolo, con una ricchissima cultura millenaria alle spalle, sia stato privato della libertà e della tradizione che vantava in seguito ad una aggressione senza precedenti nella storia messa in atto dal governo cinese.

Oggi voglio ritornare sul delicatissimo tema dei diritti umani violati in Cina.

Qualche tempo fa abbiamo appreso dai mass media di una rivolta che ha toccato la provincia dello Xinjiang: sono stati 800 i morti legati agli scontri che si sono venuti a creare tra i dimostranti uiguri, i cinesi di etnia han e la polizia; circa 3.000 le persone arrestate.

E’ evidente il fatto che il governo cinese non ha mai avuto, e continua a non avere alcun riguardo nei confronti delle manifestazioni di protesta che si susseguono sempre più numerose all’interno del paese; manifestazioni anche pacifiche, ma che sono sintomo di un disagio sempre più diffuso tra la gente delle varie etnie, destinate ad essere tristemente cancellate da una politica deleteria nei loro confronti messa in atto dal governo.

Si tratta di gente che quotidianamente si vede negare i diritti più basilari, come il diritto alla libertà ed alla vita. E questa mancanza continua di “ossigeno” non fa altro che sopprimere la persona, rendendola sempre più frustrata, avvilita e ribelle.

Ed è così che nascono questi moti di protesta, a volte pacifici e a volte meno: si tratta infatti di una volontà da sempre soppressa nell’uomo di chiedere qualcosa che dovrebbe essere scontato, e che da quelle parti di scontato ha ben poco.

La costante repressione nel sangue messa in atto in qualsiasi occasione dalla polizia, non fa che creare un circolo vizioso dove la persona non trova minimamente ascoltate le sue richieste e si vede immediatamente dopo dover  ricominciare da zero come se nulla fosse successo, sapendo che non sarà mai ascoltata.

Come ho già spiegato nel mio articolo precedente la Cina, per via della grande influenza economica che ha ormai acquisito a livello internazionale, si fa forte con i vari paesi del mondo: chi infatti osasse farle presente la questione dei diritti umani, sarebbe prontamente minacciato dal punto di vista economico.

E’ quello che molte volte è successo fino ad ora, ma da qualche giorno a questa parte la Cina è ben più felice poiché ha avuto la dimostrazione di come la sua politica ricattatoria ha sortito un buon effetto: è di qualche giorno fa infatti una notizia abbastanza triste per chi ha a cuore i diritti umani.

Il Dalai Lama, guida spirituale dei buddhisti tibetani e leader del governo tibetano in esilio, per la prima volta nella storia non è stato ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti durante il suo ultimo viaggio che ha fatto qualche giorno fa negli States. Tutto ciò è avvenuto, secondo la Casa Bianca, per non compromettere i rapporti con la Cina in vista della visita di Obama del prossimo mese nella grande potenza economica.

L’interrogativo che si è posto il mondo intero è di come sia stato possibile che Barack Obama, che sui diritti umani ha sempre portato avanti una grande battaglia, abbia preso questa decisione così inaspettata.

La risposta è sempre la stessa: meglio non turbare il grande colosso economico.

Anche perché c’è chi sostiene che la vera motivazione stia nell’enorme influenza che la Cina ha ormai nell’economia americana, poiché a seguito della pesante crisi economica ha finanziato la spesa pubblica americana investendo massicciamente il proprio denaro in titoli di Stato americani.

Vorrei infine far presente che un rifiuto del genere non l’aveva fatto neanche l’ex presidente Bush, che ha sempre preferito “turbare” la Cina con i suoi omaggi al leader tibetano, anteponendo la tematica dei diritti umani a quella dell’economia.

Ed ecco la svolta con Obama: non c’è stato nemmeno bisogno di subire il “ricatto preventivo” della Cina in occasione del possibile incontro con il Dalai Lama.

La lezione è stata recepita, quindi tanto vale non provarci neanche.

Un gran bello schiaffo per i diritti umani.

Spero e mi auguro soltanto che le cose non siano realmente quelle che sembrano.

Infatti il Dalai Lama ha affermato di non essere dispiaciuto per il mancato incontro con il presidente americano poiché, essendo sicuro che Obama farà presente a Hu Jintao il problema dei diritti umani in Tibet, ritiene che “una discussione più seria è meglio che soltanto una foto”.

Chissà, magari Obama ha un disegno ben più grande in testa ed ha ritenuto opportuno non compromettere i rapporti con la Cina per non minare fin dal principio un dialogo costruttivo riguardo certe altre tematiche altrettanto delicate come i programmi nucleari iraniano e nordcoreano, o il processo di pace in Medio Oriente e la lotta al terrorismo. Con il tema dei diritti umani che ha solo deciso di posticipare di data ma concretizzare nei contenuti.

Questo non lo sappiamo, quindi non ci resta che sperare in una realtà migliore, come lo stesso Obama ha ci ha abituato a fare…

Simone Italiano

Aung San Suu Kyi

Il titolo parla già da solo. Una vita per la democrazia. Proprio così.

Aung San Suu Kyi è una donna birmana, classe 1945, da sempre attiva per la difesa dei Diritti Umani.

Figlia del generale Aung San che negoziò l’indipendenza della Birmania dalla Gran Bretagna, motivo per il quale venne ucciso, fin dalla gioventù si distinse nel suo Paese come leader di un movimento non violento che si ribellò al regime militare allora al governo.

Ad influenzarla fortemente in tutta la sua vita è stato l’insegnamento del Mahatma Gandhi.

Le sue vicissitudini iniziarono nel 1988, anno in cui fondò la Lega Nazionale per la Democrazia, un partito che avrebbe presentato alle future elezioni in opposizione al regime militare da poco instauratosi nel Paese e che governa tuttora. Proprio per questo, dopo neanche un anno, venne messa agli arresti domiciliari.

Due anni dopo, nel 1990, quando il regime chiamò il popolo alle urne, la Lega Nazionale per la Democrazia ottenne una vittoria schiacciante, che avrebbe dovuto incoronarla primo ministro del Paese. Cosa che prontamente non avvenne a causa dei militari che presero il potere con la forza, ignorando del tutto la volontà popolare.

L’anno successivo, per la sua politica di non violenza, venne insignita del Premio Nobel per la Pace. Con i soldi che ne ricavò costruì nella sua Birmania un efficiente sistema sanitario e di istruzione.

Nel suo lungo travaglio di questi ultimi ventun anni ha passato dei momenti molto bui, come la morte del marito che non poté più rivedere insieme ai suoi familiari a causa delle disposizioni del regime, o il fallito attentato sferratole il 30 maggio 2003: un gruppo di militari aprì il fuoco contro il convoglio sul quale era presente con numerosi supporters uccidendo molte persone; attentato dal quale riuscì miracolosamente a salvarsi grazie alla prontezza di riflessi del suo autista. A seguito di esso la sua salute cominciò a deteriorarsi giorno dopo giorno.

In questi anni l’opinione pubblica internazionale è rimasta molto colpita da questa affascinante storia di una donna che ha sempre lottato, e continua a farlo nonostante le sue precarie condizioni di salute, per la libertà e la democrazia in un Paese che non ha nemmeno l’idea di cosa esse siano, assoggettato da decine di anni a regimi dispotici di tipo militare.

E stranamente anche l’attenzione delle grandi potenze mondiali verso questo Paese è andata sempre più ad aumentare.

Chissà, forse perché, com’è per il Tibet, non c’è di mezzo una grande potenza economica come la Cina, ma un gruppetto di militari. O forse anche perché la Birmania non è una grande miniera di petrolio come l’Iran, ma un piccolo stato nel povero sud-est asiatico.

Quando abbiamo di fronte tristi realtà internazionali come queste, a mio avviso, queste sono tutte osservazioni che dobbiamo fare per analizzare fino in fondo la questione e poterla comprendere.

Come dicevo prima, la comunità internazionale si è mostrata ultimamente molto partecipe. E’ infatti di pochi giorni fa l’invito fatto alla giunta militare birmana dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, di liberare tutti i prigionieri politici ed in particolar modo la stessa Aung San Suu Kyi.

Ed ha avuto inoltre vasta eco la dichiarazione del segretario di Stato americano Hillary Clinton che ha lasciato intendere che una eventuale liberazione dell’attivista birmana aprirebbe la strada a investimenti Usa nel Paese.

E’ infine di oggi la sua condanna a tre anni inflittale dal tribunale militare per aver violato gli arresti domiciliari, condanna che è stata fatta slittare di una decina di giorni per alleggerire, secondo la giunta militare, la pressione internazionale sulla Birmania.

Era notorio già da tempo il fatto che questo processo fosse una farsa e che il suo unico scopo fosse quello di escluderla dalle elezioni che si terranno il prossimo anno. Questo perché la popolarità che ha acquisito nel suo Paese è molto grande e sarebbe quindi un pericolo garantito per la giunta militare poterla ammettere alle future consultazioni popolari. Stessa giunta che, con un grande scatto di benevolenza, ha deciso di dimezzare la pena ad un anno e mezzo. Chiaramente perché non cambierebbe nulla di quelli che sono gli schemi già da tempo impostati per le prossime elezioni.

Questa mattina, subito dopo il verdetto di condanna, la reazione del mondo a questa sentenza è stata decisamente forte. Si sono levati forti cori di protesta sia dalle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, che ha definito la condanna “vergognosa”, sia dal mondo politico internazionale. Con l’Unione Europea che ha invocato nuove sanzioni contro il regime militare, l’Australia che ha richiamato il suo ambasciatore e la Malesia che indetto una riunione straordinaria degli Stati del sud est asiatico, per citarne alcuni.

Nelle prossime settimane staremo a vedere se tutta questa voglia di giustizia che ha mostrato unanime il mondo intero continuerà fino a quando sarà necessario oppure si arenerà prima, quando la foga e l’interesse che si sono mostrati in queste ore svaniranno come per molti altri tristi episodi.

Non ci resta che sperare che venga fatta giustizia verso una grande donna che ha avuto sempre il coraggio di lottare per il suo Paese nonostante tutte le vicissitudini a cui è stata sottoposta.

E’ un nostro dovere morale continuare a sostenerla.

Simone Italiano

Investitura di Ahmadinejad

In uno dei miei recenti articoli mi sono occupato della cosiddetta “Onda Verde” nata in Iran a seguito delle elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno, vinte in maniera non del tutto trasparente dal presidente uscente Ahmadinejad.

All’indomani delle elezioni sono scese in piazza milioni di persone accomunate da uno slogan, il famoso “Where is my vote?” che ha fatto il giro del mondo, per chiedere verità e giustizia riguardo all’esito delle stesse presidenziali, su cui cala l’ombra dei brogli.

Questa protesta del tutto pacifica, portata avanti soprattutto dai giovani ed aiutata dallo strumento di internet, ha suscitato subito una vasta eco nel mondo intero, sensibilizzando tutta l’opinione pubblica.

Vorrei ora soffermarmi su alcuni punti che mi hanno colpito particolarmente.

La cosa che più mia ha colpito ma soprattutto amareggiato è stato il “sensazionalismo” dei mass media. Mi spiego meglio. Quando sono sorti i primi moti di protesta, tutti pronti a caccia dello scoop: ecco allora l’Onda Verde, Mousavi, la protesta, la repressione e quant’altro che possa fare tendenza al momento.

Ma quando i giorni passano e l’argomento è già “passato di moda”, allora il sipario può benissimo calare. E’ successo per il Tibet alla vigilia dei Giochi Olimpici, per il golpe in Honduras e per tante altre drammatiche realtà, che non sto qui ad elencare.

E’ questa l’amara verità di un’informazione che ci vuole sempre più vittime dello scoop, della tendenza e del sensazionalismo e mai partecipi delle tristi realtà che ci circondano giorno per giorno.

Da quando ho scritto l’articolo nel quale mi occupavo di questa tematica si sono avvicendati molti episodi che, come dicevo prima, non hanno avuto il dovuto spazio nei tg, nei giornali o nelle radio.

Uno di questi è stato sicuramente l’Eketaf, lo sciopero islamico lanciato dal leader riformista Mousavi dal 6 all’8 luglio scorso. Uno sciopero pacifico che è consistito nel gridare tutte le sere dai tetti delle case “Allahu Akbar”, scrivere sulle banconote, ritirare i soldi e chiudere i conti correnti nelle banche statali.

Durante il suo svolgimento i partecipanti si sono fermati dalle loro attività quotidiane come il lavoro e si sono recati nelle moschee a pregare. Inoltre hanno digiunato come nel mese di Ramadan, dall’alba al tramonto.

Tutte dimostrazioni di un movimento non violento che, mai come prima, non ha fatto altro che rispettare, senza mai infrangerle, le leggi coraniche e quelle della Repubblica Islamica.

Sciopero che non è bastato a far riaccendere i riflettori su questa parte di mondo che chiede ancora giustizia.

Come non è bastato neanche l’appello dell’avvocatessa per i Diritti Umani e Premio Nobel per la Pace, l’iraniana Shirin Ebadi che in giro per l’Europa ha chiesto ai vari Paesi di prestare più attenzione verso questi avvenimenti e di fare sempre più pressioni al Governo iraniano affinché cessino tutte le violenze.

E’ proprio di questi giorni la denuncia del candidato sconfitto Mousavi, il quale afferma che un centinaio di persone arrestate per via della protesta post elettorale sono state messe sotto tortura in questi 50 giorni di prigionia; persone comuni soprattutto, ma anche giornalisti, parlamentari, ex vice-presidenti ed ex ministri.

“Torture medievali” le ha chiamate il leader riformista, che hanno fatto confessare agli attivisti dell’Onda Verde i loro “legami con i nemici” e il loro “piano per rovesciare la Repubblica Islamica”.

Finte verità in finti tribunali mi verrebbe da dire.

Come ha fatto intendere anche l’ex Presidente Khatami, che ha recentemente affermato che il processo è una farsa e che le confessioni non sono valide. Il tutto  perché quello che le autorità iraniane definiscono processo è in realtà una violazione della Costituzione.

Ed infine è di ieri la notizia che Ahmadinejad è stato confermato Presidente dalla massima guida spirituale iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, durante la cerimonia ufficiale dell’investitura. Cerimonia che per la prima volta non è stata trasmessa in diretta televisiva e che si è tenuta durante l’ennesima manifestazione con conseguente repressione nel sangue di centinaia di persone che manifestavano nelle strade di Teheran.

La cancelliera tedesca Angela Merkel ed il presidente americano Barack Obama hanno già annunciato che non invieranno le consuete congratulazioni al presidente iraniano proprio a causa dei forti dubbi legati alla regolarità delle elezioni.

E’ un piccolo gesto, soprattutto simbolico, ma molto importante.

Vedremo cosa faranno gli altri governanti…

Simone Italiano

Via D'Amelio: strage di Stato

Ieri ricorreva il 17° anniversario della strage di via Mariano D’Amelio, dove morirono Paolo  Borsellino e 5 uomini della scorta.

Sono passati 17 lunghi anni da quel giorno d’estate in cui venne fatto saltare in aria il giudice antimafia più popolare d’Italia.

17 anni che dicono molto, pieni di speranze, di dubbi, di delusioni, di amarezze.

Quella della strage di via D’Amelio è stata sicuramente una delle pagine più buie della storia del nostro paese.

Una strage che ha suscitato sdegno, rabbia e dolore nell’opinione pubblica ancora scossa dal crudele eccidio di Capaci. Che ha sempre portato e continua a portare numerosi interrogativi su di essa.

In questi anni quelle che hanno fatto più discutere sono state le vicende giudiziarie che non hanno ancora chiarito esattamente le circostanze in cui si è svolta. Vicende che hanno individuato nei mandanti boss della mafia come Totò Riina; già chiuse, ma che sembrano riaprirsi.

Questo perché sono tanti i misteri che ruotano intorno ad essa, a cominciare dalla famosa agenda rossa nella quale il magistrato annotava tutto, scomparsa dalla sua valigetta subito dopo la strage.

Valigetta anch’essa scomparsa per pochi minuti dal luogo dell’attentato per  poi essere ritrovata nell’auto ancora in fiamme del giudice. E nel frattempo fotografata nelle mani di un colonnello dei Carabinieri, Giovanni Ambrogioli.

Cosa ci facesse quella valigetta nelle mani di un uomo dello Stato rimane tuttora un mistero. Uno dei tanti ancora irrisolti. Per i quali continua a lottare Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che da 17 anni attende ancora giustizia per suo fratello.

E’ un uomo forte Salvatore, determinato nelle sue battaglie. Battaglie di giustizia e di verità, affinché tutti quegli interrogativi che riguardano l’assassinio di suo fratello vengano chiariti e non cadano nell’oblio.

Sulla strage si sono alimentati numerosi misteri, come quello dell’agenda rossa. O delle macchine parcheggiate in via D’Amelio. Proprio così: a quanto pare venne tenuta nel cassetto un’ordinanza che impediva la sosta delle auto in via D’Amelio. Ordinanza che, non ottemperata, si rivelò fatale.

O del posto in cui venne azionato il detonatore, individuato da Gioacchino Genchi nel Castello Ultveggio, allora centro del SISDE, luogo dal quale si ha un panorama straordinario di Palermo e un’ottima veduta su via D’Amelio.

Come possa essere accaduto che un comando di morte contro un uomo dello Stato sia stato azionato in un centro dei servizi segreti civili è forse il più inquietante interrogativo che riguarda questa strage.

Interrogativi, misteri, ma non solo. Eventi poco chiari, che messi insieme tra loro non fanno altro che delineare un contesto che prende sempre più la forma di una strage di Stato.

Come l’incontro del primo luglio 1992 tra il giudice e l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, attuale vicepresidente del CSM, dal quale il magistrato ne uscì letteralmente sconvolto. Incontro di cui l’allora ministro dice di non ricordarne l’esistenza, anche perché del giudice diceva di “non conoscerne la fisionomia”. Nel quale venne sicuramente prospettata a Paolo Borsellino la trattativa tra lo Stato e la mafia, alla quale non fece altro che mettersi di traverso, pagando a caro prezzo quella decisione.

Questi sono molti degli episodi da chiarire, ancora da accertare. Sui quali dopo 17 anni ancora non è stata fatta luce. Ed è anche per questo che in occasione del 17° anniversario della strage sono stati programmati degli eventi simbolici che hanno preso spunto da questi fatti.

Come la “marcia delle agende rosse” partita sabato 18 da via D’Amelio e proseguita fino al Castello Ultveggio. Una marcia lunga e faticosa ma dal valore altamente simbolico, che ha visto partecipi personaggi noti come Salvatore Borsellino che l’ha organizzata, la sorella Rita, Gioacchino Genchi, Pino Masciari, Luigi de Magistris e Sonia Alfano, ma soprattutto gente comune proveniente da tutta Italia, che con non poca fatica si è presa il compito di  “portare un pezzo di Paolo nel proprio cuore” come ha detto Salvatore Borsellino.

E’ stato molto toccante vedere come migliaia di persone si siano unite per mostrare al mondo la loro voglia di giustizia per Paolo. Persone che sono state presenti sia fisicamente, ma che hanno dovuto far fronte anche a delle spese economiche e a sacrifici non indifferenti come quello della salita del monte Pellegrino. Giovani, uomini e donne di tutte le età, padri e madri di famiglia che hanno portato anche i  propri figli per farli crescere nella cultura e nei valori della legalità. Era sicuramente questo il sogno di Paolo.

Dopo 17 anni questa gente che chiede giustizia è molto più fiduciosa di prima. Questo perché la magistratura di Palermo e Caltanissetta sta portando avanti, nell’indifferenza totale degli organi di informazione, una revisione del processo anche sulla base delle dichiarazioni del boss pentito Spatuzza e del figlio di Vito Ciancimino, Massimo, che dice di aver pronto da consegnare il famoso “papello” che illustrerebbe la trattativa tra la mafia e lo Stato.

Non ci resta che sperare in un positivo risvolto di queste indagini, almeno per restituire giustizia e verità ad uno dei più grandi eroi della nostra Patria.

Simone Italiano

Manifestazioni in Iran

Lo scorso 12 giugno gli iraniani sono stati chiamati alle urne per eleggere il loro nuovo presidente. I candidati erano 4: il presidente uscente Ahmadinejad, l’ex primo ministro Mousavi, l’ex presidente del Parlamento Karroubi e l’ex capo del corpo militare dei Pasdaran Rezaei.

La vera sfida, come si prevedeva, è stata tra il presidente uscente Ahmadinejad e il leader riformista Mousavi.

Ahmadinejad, giustamente, è considerato già da tempo un pericolo per il mondo. Non a caso si è definito, dimostrandolo sempre, un “fondamentalista”. E’ la stessa persona che difende a spada tratta il programma nucleare iraniano e che con il suo governo è tra i maggiori finanziatori di Hezbollah, l’organizzazione terroristica libanese. Sono ben noti in tutto il mondo i suoi discorsi anti-sionistici e contro lo Stato di Israele.

A fronteggiarlo in queste elezioni è stato Mousavi, ex Presidente del Consiglio. La sua candidatura è stata festeggiata sin dal primo momento dalla popolazione, poiché vede in lui una nuova speranza per il paese, ridotto in un pessimo stato da 4 anni di potere di Ahmadinejad. Un paese dove ormai la corruzione la fa da padrona, dove  la crisi economica ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione, che già da tempo deve far fronte alle restrizioni economiche imposte dalla comunità internazionale e dove l’inflazione arriva al 25 / 30%.

Eppure questa persona ha portato avanti numerosi e bei campi di battaglia: dall’uguaglianza tra i cittadini (garantendo maggiori diritti alle donne) all’onestà, dalla libertà di espressione a una nuova linea di dialogo da aprire con il Presidente degli Stati Uniti Obama.

Una bella data per il popolo iraniano, il 12 giugno. Tanto attesa. E finalmente arrivata. L’affluenza è stata dell’85%, un vero e proprio plebiscito. I seggi sono rimasti aperti fino a 6 ore dopo del previsto, vista l’affluenza record. Bei momenti di democrazia. Almeno fino a quel giorno.

Subito dopo è cominciato lo scontro sui voti.

Mousavi si è proclamato immediatamente vincitore con il 65% circa dei voti. Subito dopo un comunicato dell’Irna, l’agenzia di stampa iraniana, lo smentisce e lo contraddice: il vincitore è Ahmadinejad. Sono ore di grande confusione, dove non si riesce a capire cosa stia succedendo.

Passano le ore e il quadro si comincia a fare piuttosto chiaro: le elezioni sono state vinte dal presidente uscente con il 63% delle preferenze.

Non si fanno attendere le proteste da parte del leader sconfitto. Vengono subito denunciati brogli elettorali: sembra infatti che siano state stampate 7 milioni di schede in più del necessario; i delegati di Karroubi e di Mousavi non hanno potuto adempiere alle loro funzioni all’interno dei seggi elettorali; vi è stato inoltre un attacco alla sede elettorale di Mousavi.

A questo punto si delinea nella popolazione un senso di rabbia verso lo Stato che ha manipolato i voti, riconfermando al potere chi non ne ha il titolo. E cominciano le manifestazioni.

Nelle strade di Teheran scendono in piazza milioni di persone, folle oceaniche che chiedono e lanciano slogan come: “Where is my vote?”. Una situazione veramente incredibile, mai vista prima. Che da un po’ di fastidio a chi governa.

Vengono subito prese delle misure per prevenire queste che definisco “ondate di democrazia”: vengono imbavagliati i media, viene impedito l’accesso a portali come Facebook o Youtube, i reporter e i corrispondenti stranieri vengono espulsi dal paese e vengono attuate forti repressioni contro coloro che manifestano.

Ma tutto ciò non serve a far distrarre l’opinione pubblica internazionale da questo scenario: nonostante i blocchi ad internet il mondo viene messo a conoscenza delle violentissime repressioni che vengono attuate nel paese; grazie a siti come Twitter si possono vedere i video delle manifestazioni di protesta e le violenze che vengono messe in atto dal regime; grazie ai blog si continuano a ricevere notizie dettagliate da Teheran.

Molti considerano questa protesta la prima rivoluzione grazie allo strumento di Internet. Rivoluzione o non rivoluzione, questo è sicuramente un grandissimo processo democratico, tra i più importanti mai visti in tutto il mondo, che sta avvenendo in Iran grazie anche a questo strumento. Ed è un processo che non deve essere in alcun modo ostacolato. C’è un popolo che chiede verità, ed è pronto a pagare a caro prezzo questa richiesta, anche con la sua vita.

Non sappiamo quante persone in questi giorni hanno perso la vita in queste proteste, se sono decine o centinaia, e nemmeno quante ce ne saranno. Sappiamo solo che ogni vita persa è una vita persa per la causa della libertà e della democrazia.

Io mi auguro che continuino sempre più incessanti le richieste da parte della comunità internazionale di porre fine alle repressioni e alle violenze in Iran, e spero che il regime iraniano dia retta al suo popolo, prima ancora di dar retta a questi appelli internazionali.

Ma la cosa più importante che auspico sono nuove elezioni democratiche sotto il controllo attento ed oculato di osservatori internazionali. E’ secondo me la scelta migliore che si possa fare per restituire giustizia al popolo iraniano.

Simone Italiano

Ieri, con mia grandissima emozione, sono stato a Palermo per la commemorazione di Giovanni Falcone, nel 17° anniversario della strage di Capaci.

Questo è il testo dell’intervento che avrei voluto tenere nell’aula Bunker dell’Ucciardone dinanzi alle massime autorità istituzionali, cosa che per vari motivi non è stata possibile.

 

Giovanni Falcone 

Diciassette anni fa moriva Giovanni Falcone.

La mafia lo ha fatto saltare in aria in un tratto di autostrada qui vicino, insieme a sua moglie Francesca e a tre uomini della scorta.

Noi siamo qui, 17 anni dopo, per ricordarlo.

Noi siamo qui per ricordare l’eroe, ma soprattutto l’uomo Giovanni Falcone.

Un uomo che ha sempre creduto nello Stato, arrivando a sacrificare la sua vita per esso.

Lo stesso Stato dal quale noi siciliani, oggi, vogliamo delle risposte.

Dico questo perché cosa mi risponde lo Stato quando gli chiedo che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino, agenda dove il magistrato annotava tutto, scomparsa subito dopo la strage di via D’Amelio? O che fine hanno fatto i contenuti dei notebook dello stesso Falcone che noi oggi commemoriamo, eliminati o modificati subito dopo la strage.

Io chiedo a voi, uomini delle Istituzioni, cosa deve pensare un siciliano, una persona che vuole la sua terra libera dall’oppressione mafiosa, quando vede una persona che lo ha governato per ben 5 anni festeggiare con i cannoli la sua condanna per favoreggiamento? E questa stessa persona diciotto anni fa è saltata agli onori della cronaca per aver insultato Giovanni Falcone in una trasmissione televisiva dandogli del magistrato corrotto. E come se niente fosse successo in questi anni oggi questa persona di cui sto parlando siede in Senato!

Che idea dello Stato si deve fare lo stesso siciliano quando sente Mangano definito un eroe da parte di uomini delle Istituzioni?

O quando vede Giovanni Falcone commemorato da una delle massime cariche di questa Repubblica, che è stato socio in affari con dei boss mafiosi.

Rispondetemi, è questo lo Stato per il quale ha combattuto e ha dato la sua vita Giovanni Falcone?

Non vi sembra un oltraggio alla sua dignità, al sacrificio che ha fatto per noi?

 Non sono e non voglio sembrare un “eversivo”, quindi cercherò ora di smorzare un po’ i toni.

Mi rifaccio a delle parole di Paolo Borsellino il quale diceva che “purtroppo i giudici possono agire solo in parte alla lotta alla mafia, ma è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando i giovani alla cultura dello Stato e delle Istituzioni”.

E’ verissimo.

Al posto di tagliare fondi alla scuola e all’università, io invito i nostri governanti ad istituire nelle scuole un’ora la settimana dedicata alla legalità. Dalle elementari alle superiori. E’ così che si combatte la mafia.

Se oggi io chiedessi ai miei coetanei cosa sono stati in Italia gli anni di Piombo, la maggior parte di loro non saprebbe rispondermi.

Magari sanno chi è Giovanni Falcone, ma non sanno chi è Rocco Chinnici. Sanno chi è Paolo Borsellino, ma non sanno chi è Beppe Alfano.

Bisogna radicare nei più giovani questa cultura della legalità. Perché la legalità è anche un valore.

I giovani di oggi devono sapere cosa sia stata e cosa è la mafia. I meccanismi perversi che ruotano intorno ad essa, le vite che ha spezzato, i sogni che ha stroncato a tanta gente come noi. E lo devono apprendere dalla scuola.

Il fatto che la mafia oggi non uccida più non vuol dire che bisogna abbassare la guardia. Anzi, bisogna alzarla. La mafia non uccide più perché continua a fare affari grazie alla sua collusione con la politica. E questo bisogna dirlo.

E’ cominciando dalle nuove generazioni che si crea la società di domani, una società civile dove credere che la mafia può essere sconfitta non è solo un’utopia…

Era questo il sogno per il quale hanno dato la vita Giovanni Falcone e tutti gli altri eroi…

Lo dobbiamo a loro.

Simone Italiano

Pino Masciari

Stamattina Pino Masciari ha iniziato lo sciopero della fame e della sete davanti al Quirinale.

Pino Masciari è un imprenditore calabrese divenuto testimone di giustizia per aver denunciato la ‘ndrangheta e le sue collusioni con il mondo della politica. A causa di ciò viene allontanato dalla sua terra, la Calabria, per l’imminente pericolo di vita che lo riguardava insieme alla sua famiglia.

Nel 1997 entra nel programma speciale di protezione e scompare dalla Calabria; testimonia nei principali processi contro la ‘ndrangheta in qualità di parte offesa e parte civile. L’ex Procuratore Nazionale Antimafia Pierluigi Vigna lo definisce “il principale testimone di giustizia italiano”.

Il 27 ottobre 2004, la Commissione Centrale del Ministero degli Interni gli comunica il termine del programma speciale di protezione con la motivazione che i processi sono terminati (cosa non vera poiché la D. D. A. di Catanzaro attestava che i processi erano ancora in corso di trattazione).

Il 19 gennaio 2005 fa ricorso al TAR del Lazio contro la revoca della protezione e nel gennaio 2009 lo stesso si pronuncia (dopo 50 mesi!!! – a fronte dei 6 stabiliti dalla legge) dandogli pienamente ragione.

Nell’aprile 2009, non avendo ricevuto alcuna risposta dalla Commissione Centrale del Ministero degli Interni, decide di intraprendere lo sciopero della fame e della sete in segno di protesta contro la mancata ottemperanza della sentenza del TAR, sciopero che rinvia per rispetto ai terremotati d’Abruzzo. Pochi giorni fa riferisce di aver stabilito la data di esso in quella del 12 maggio 2009.

E’ di poco fa la notizia che Pino Masciari ha sospeso lo sciopero dopo che è arrivato dal Viminale un comunicato nel quale si dice che sarà sentito giorno 14 maggio.  

In tutta questa situazione la cosa che indigna maggiormente è il totale disinteresse dei media su questo fatto così importante che vede un cittadino con un fortissimo senso dello Stato lottare per i suoi diritti.

Quasi tutti i telegiornali nazionali hanno completamente ignorato l’evento, eccezion fatta per il Tg3, che ieri ha dedicato alla notizia 25 secondi.

Il Tg1, il telegiornale più popolare, ieri sera, piuttosto che dedicarsi a questo tema, ha preferito parlare a lungo dei saldi (con tanto di interviste) che ci sono a Trento tutto l’anno ed invitare gli ascoltatori a esprimere nel sito le loro opinioni. Che vergogna…

Un altro fatto sconcertante e veramente sorprendente è l’aver constatato che nei siti internet dei maggiori quotidiani nazionali come Corriere.it e Repubblica.it non vi sia alcuna notizia su questo caso.

Io, da cittadino libero, mi sento in dovere di ribellarmi a questa mancanza di informazione. Voglio ribellarmi all’oblio che è calato su questa vicenda. Voglio farmi portavoce della causa di questa persona.

Quest’uomo non vive più da 12 anni per il suo grandissimo senso civico. E’ stato costretto a fare una scelta di vita: o piegarsi alla criminalità organizzata o ribellarsi. Sappiamo tutti che gli “conveniva” scegliere la prima ipotesi; avrebbe sempre avuto una famiglia da godersi, la sua attività sarebbe fiorita, i suoi affetti sarebbero rimasti tali.

Invece ha scelto di non piegarsi, di ribellarsi e di andare avanti senza guardare in faccia nessuno. E per questo è stato privato dei suoi affetti, della sua attività, della sua famiglia.

Lo ha fatto per lasciarci un messaggio, che dobbiamo ascoltare ed apprezzare. Credo sia questo: un mondo migliore si può creare, solo se lo vogliamo noi…

Forza, Pino!

Simone Italiano

Riporto un mio articolo scritto lo scorso 10 marzo in occasione del 50° anniversario della mancata rivolta di Lhasa contro il regime di Pechino.

Free Tibet

 

Oggi, 10 marzo 2009, ricorre il 50° anniversario della mancata rivolta di Lhasa contro il regime di Pechino. Il 10 marzo 1959 fu repressa una rivolta dei tibetani che manifestavano contro l’occupazione del Paese che andava avanti da ormai 10 anni. Questa rivolta fu stroncata nel sangue: l’esercito cinese uccise 87.000 civili tibetani e ne incarcerò diverse migliaia. Per capire il perché di questa rivolta é necessario illustrare brevemente la storia del Tibet.

Il “Tetto del Mondo”, termine usato per indicare il Tibet, é un vastissimo altopiano delimitato dalla catena dell’Himalaya; ha una cultura e una tradizione millenaria. La storia dello stato Tibetano ha inizio nel 127 a.C.; col passare dei secoli vennero stipulati numerosi accordi con la Cina e le nazioni limitrofe. Un trattato di pace dell’821-823 stipulato con la stessa Cina definiva i confini dei due Paesi e recitava: “I Tibetani vivranno felici nel Tibet e i Cinesi vivranno felici in Cina”.

Parole sante, vero?

Il punto di svolta nella sua storia si ha nel 1949: l’esercito popolare cinese entra in Tibet e, dopo aver sconfitto il piccolo esercito tibetano, lo occupa militarmente. E’ da evidenziare un fatto: perché i cinesi scelsero proprio quel periodo? La risposta é semplice: gli occhi del mondo, allora, erano concentrati sulla Corea, dove una forza internazionale resisteva all’aggressione. Quindi, a chi importava del Tibet in un momento come quello? Il 7 novembre 1950 il Dalai Lama, leader politico e spirituale di questo popolo, invia una lettera alle Nazioni Unite, con la quale chiede di intervenire e di opporsi all’aggressione della Cina. Questo appello non sortisce però alcun effetto. Nel 1951 la Cina impone al governo tibetano il cosiddetto “Accordo per la Liberazione pacifica del Tibet”. La minaccia dell’occupazione immediata di Lhasa da parte di 40.000 soldati già schierati nel Tibet e della totale cancellazione dello Stato Tibetano non lascia altre soluzioni al governo, che firma l’accordo in 17 punti. In base al diritto internazionale, essendo stato firmato sotto costrizione, l’accordo non é valido. Negli anni immediatamente successivi il popolo tibetano continua le sue manifestazioni per denunciare l’occupazione del Paese, ma queste vengono subito sedate. Nel 1956 la ”Alleanza dei combattimenti per la libertà”, un piccolo esercito allestito dai tibetani, comincia ad avere successo: vengono distrutti parecchi tratti della strada militare cinese e numerosi ponti. La risposta dei cinesi non si fa attendere: vengono bombardati numerosi monasteri buddhisti e torturati ed uccisi i figli e le mogli di coloro che oppongono resistenza, per non parlare dei monaci e delle suore; due anni dopo accade un episodio molto simile. E qui arriviamo alla purtroppo famosa data del 10 marzo 1959. In questa giornata si ha il culmine dei moti popolari con delle dimostrazioni di massa a Lhasa, capitale del Tibet. La Cina risponde, come ho detto prima, uccidendo 87.000 civili e incarcerandone diverse migliaia. Una settimana dopo il Dalai Lama, vista la situazione in cui versa il Paese, é costretto all’esilio: fugge infatti in India con oltre 100.000 tibetani. Da allora non vi farà più ritorno.

Nel Paese avvengono quotidianamente continue violazioni dei diritti umani:

  • ogni rivolta é immediatamente sedata nel sangue;
  • molti civili sono in carcere per reati di opinione;
  • al popolo tibetano sono negate lingua e religione;
  • le donne subiscono controlli delle nascite fatti di sterilizzazioni forzate e aborti sino agli ultimi mesi;
  • nel Paese vengono torturati civili e monaci e molti di loro muoiono in carcere a causa dei trattamenti subìti;
  • sono in corso indottrinamenti sui monaci ad opera del regime.

Queste continue violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo sono una vera vergogna per questo mondo, che ritiene di essere civilizzato, ma alla fine fa finta di niente quando avvengono simili fatti. Vorrei ricordare l’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che recita: “Nessuno sarà sottoposto a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. O anche l’articolo 3: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della sua persona”. Lascio a voi giudicare…

La situazione all’interno del Paese é veramente drammatica; si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell’occupazione cinese. Da mezzo secolo il governo cinese ha dato il via ad un programma di colonizzazione del Tibet: si tratta di incentivi economici che vengono erogati a coloro che decidono di stanziarsi in questa regione. Così facendo i Tibetani sono passati in minoranza nella loro stessa terra: oggi vi sono infatti sei milioni e mezzo di tibetani contro i sette milioni di coloni cinesi.

Il Dalai Lama per il suo Paese si é sempre servito e continuerà a servirsi della non-violenza come strumento di protesta, proprio come il Mahatma Gandhi. E’ molto criticato anche da alcuni dei suoi stessi connazionali che pensano che questo non sia l’unico mezzo per rivendicare i propri diritti. Ma questa scelta veramente saggia é stata premiata nel 1989 con il conferimento del Premio Nobel per la Pace al leader politico e spirituale tibetano, a 30 anni dal suo esilio. In questo mezzo secolo ha girato il mondo per raccontare a tutti il dramma che vive il suo Paese che da tanto tempo chiede ma non ottiene giustizia e per rivendicarne l’autonomia (e non l’indipendenza!); non si stancherà mai di farlo e di questo il suo popolo gliene è grato.

Ma deve combattere diversi fenomeni tutti legati alla Cina; uno di questi é l’informazione. Nel corso di tutto questo tempo, della tragedia del popolo tibetano se n’é sentito parlare pochissimo. Perché questa vergogna? La risposta é chiara: la Cina ha sempre fatto leva sul suo grado di nuova, grande, emergente potenza economica per minacciare tutti coloro che si occupassero di tale questione. Ai giornalisti di tutto il mondo che cercano di documentarsi non permette di poter svolgere il proprio lavoro chiudendo le frontiere e restringendo tutte le libertà anche per loro. Le nazioni che chiedono chiarimenti in merito vengono accusate di “ingerenza negli affari interni del Paese” e minacciate di provvedimenti di materia economica. E’ proprio questo il suo “punto di forza”! E’ mai possibile che l’intera comunità globale si fermi di fronte ad una minaccia prettamente economica e chiuda un occhio sulla devastazione di un intero popolo? Non riesco a crederci…

Un episodio per il quale mi sono vergognato di essere italiano é stato quello che durante l’ultima visita ufficiale del Dalai Lama in Italia, in qualità di leader del Governo Tibetano in esilio (governo riconosciuto dall’ONU!!!) non é stato ricevuto da nessun esponente del nostro governo né tanto meno da papa Ratzinger. Lasciatemelo dire, é stata una vera vergogna!

Negli ultimi giorni, in vista del 50° anniversario della fallita rivolta contro Pechino e del primo anniversario dalle proteste anti-Cina in vista dei Giochi Olimpici che provocarono l’uccisione di centinaia di civili e l’arresto di 8.000 persone, la stessa Cina si é data da fare: ha infatti deciso di vietare l’ingresso a tutti i turisti stranieri fino alla data del primo aprile. Questo per isolare il mondo dal Tibet e per non lasciar trapelare alcuna notizia su altre eventuali rivolte. Ma non ha fatto solo questo: ha infatti rafforzato la sicurezza in questa zona mobilitando decine di migliaia di soldati e agenti di polizia. Non é finita qui: memori dell’uso che i tibetani fecero degli sms e di internet con i quali riuscirono a comunicare al mondo le proteste anti-Cina, le autorità cinesi hanno deciso di bloccare dal 10 marzo al 1° aprile le reti di internet e di telefonia mobile.

E’ di pochi giorni fa la notizia che 109 monaci buddhisti sono stati arrestati nel giorno del capodanno tibetano, il 25 febbraio scorso, e che saranno sottoposti a “ri-educazione” politica.

La versione della Cina per quanto riguarda i recenti fatti è  la seguente: i problemi in Tibet sono causati da “forze occiedentali anticinesi che vogliono creare divisioni, indebolire e demonizzare la Cina”, di cui temono la crescente forza. Nel 2008, in vista dello Olimpiadi, il governo cinese ha già fatto leva sul sentimento patriottico per spiegare ai suoi cittadini le proteste pro-Tibet e anticinesi che hanno accompagnato il viaggio della torcia olimpica

E’ nostro dovere, da cittadini del mondo, informare tutti sulla questione del popolo tibetano, proprio come sta facendo l’attore hollywoodiano Richard Gere, perché non possiamo tacere sulla distruzione di un intero popolo, tra i più pacifici del mondo, guidato da una delle personalità più rispettate nella sfera mondiale.

Questo per me é un obbligo morale e mi auguro che tutti voi possiate aiutare questa causa. Ora vi lascio con uno slogan che spero porterete nel cuore come io ho già fatto:

FREE TIBET!

 

Simone Italiano

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