Riporto un mio articolo scritto lo scorso 10 marzo in occasione del 50° anniversario della mancata rivolta di Lhasa contro il regime di Pechino.

Oggi, 10 marzo 2009, ricorre il 50° anniversario della mancata rivolta di Lhasa contro il regime di Pechino. Il 10 marzo 1959 fu repressa una rivolta dei tibetani che manifestavano contro l’occupazione del Paese che andava avanti da ormai 10 anni. Questa rivolta fu stroncata nel sangue: l’esercito cinese uccise 87.000 civili tibetani e ne incarcerò diverse migliaia. Per capire il perché di questa rivolta é necessario illustrare brevemente la storia del Tibet.
Il “Tetto del Mondo”, termine usato per indicare il Tibet, é un vastissimo altopiano delimitato dalla catena dell’Himalaya; ha una cultura e una tradizione millenaria. La storia dello stato Tibetano ha inizio nel 127 a.C.; col passare dei secoli vennero stipulati numerosi accordi con la Cina e le nazioni limitrofe. Un trattato di pace dell’821-823 stipulato con la stessa Cina definiva i confini dei due Paesi e recitava: “I Tibetani vivranno felici nel Tibet e i Cinesi vivranno felici in Cina”.
Parole sante, vero?
Il punto di svolta nella sua storia si ha nel 1949: l’esercito popolare cinese entra in Tibet e, dopo aver sconfitto il piccolo esercito tibetano, lo occupa militarmente. E’ da evidenziare un fatto: perché i cinesi scelsero proprio quel periodo? La risposta é semplice: gli occhi del mondo, allora, erano concentrati sulla Corea, dove una forza internazionale resisteva all’aggressione. Quindi, a chi importava del Tibet in un momento come quello? Il 7 novembre 1950 il Dalai Lama, leader politico e spirituale di questo popolo, invia una lettera alle Nazioni Unite, con la quale chiede di intervenire e di opporsi all’aggressione della Cina. Questo appello non sortisce però alcun effetto. Nel 1951 la Cina impone al governo tibetano il cosiddetto “Accordo per la Liberazione pacifica del Tibet”. La minaccia dell’occupazione immediata di Lhasa da parte di 40.000 soldati già schierati nel Tibet e della totale cancellazione dello Stato Tibetano non lascia altre soluzioni al governo, che firma l’accordo in 17 punti. In base al diritto internazionale, essendo stato firmato sotto costrizione, l’accordo non é valido. Negli anni immediatamente successivi il popolo tibetano continua le sue manifestazioni per denunciare l’occupazione del Paese, ma queste vengono subito sedate. Nel 1956 la ”Alleanza dei combattimenti per la libertà”, un piccolo esercito allestito dai tibetani, comincia ad avere successo: vengono distrutti parecchi tratti della strada militare cinese e numerosi ponti. La risposta dei cinesi non si fa attendere: vengono bombardati numerosi monasteri buddhisti e torturati ed uccisi i figli e le mogli di coloro che oppongono resistenza, per non parlare dei monaci e delle suore; due anni dopo accade un episodio molto simile. E qui arriviamo alla purtroppo famosa data del 10 marzo 1959. In questa giornata si ha il culmine dei moti popolari con delle dimostrazioni di massa a Lhasa, capitale del Tibet. La Cina risponde, come ho detto prima, uccidendo 87.000 civili e incarcerandone diverse migliaia. Una settimana dopo il Dalai Lama, vista la situazione in cui versa il Paese, é costretto all’esilio: fugge infatti in India con oltre 100.000 tibetani. Da allora non vi farà più ritorno.
Nel Paese avvengono quotidianamente continue violazioni dei diritti umani:
- ogni rivolta é immediatamente sedata nel sangue;
- molti civili sono in carcere per reati di opinione;
- al popolo tibetano sono negate lingua e religione;
- le donne subiscono controlli delle nascite fatti di sterilizzazioni forzate e aborti sino agli ultimi mesi;
- nel Paese vengono torturati civili e monaci e molti di loro muoiono in carcere a causa dei trattamenti subìti;
- sono in corso indottrinamenti sui monaci ad opera del regime.
Queste continue violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo sono una vera vergogna per questo mondo, che ritiene di essere civilizzato, ma alla fine fa finta di niente quando avvengono simili fatti. Vorrei ricordare l’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che recita: “Nessuno sarà sottoposto a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. O anche l’articolo 3: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della sua persona”. Lascio a voi giudicare…
La situazione all’interno del Paese é veramente drammatica; si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell’occupazione cinese. Da mezzo secolo il governo cinese ha dato il via ad un programma di colonizzazione del Tibet: si tratta di incentivi economici che vengono erogati a coloro che decidono di stanziarsi in questa regione. Così facendo i Tibetani sono passati in minoranza nella loro stessa terra: oggi vi sono infatti sei milioni e mezzo di tibetani contro i sette milioni di coloni cinesi.
Il Dalai Lama per il suo Paese si é sempre servito e continuerà a servirsi della non-violenza come strumento di protesta, proprio come il Mahatma Gandhi. E’ molto criticato anche da alcuni dei suoi stessi connazionali che pensano che questo non sia l’unico mezzo per rivendicare i propri diritti. Ma questa scelta veramente saggia é stata premiata nel 1989 con il conferimento del Premio Nobel per la Pace al leader politico e spirituale tibetano, a 30 anni dal suo esilio. In questo mezzo secolo ha girato il mondo per raccontare a tutti il dramma che vive il suo Paese che da tanto tempo chiede ma non ottiene giustizia e per rivendicarne l’autonomia (e non l’indipendenza!); non si stancherà mai di farlo e di questo il suo popolo gliene è grato.
Ma deve combattere diversi fenomeni tutti legati alla Cina; uno di questi é l’informazione. Nel corso di tutto questo tempo, della tragedia del popolo tibetano se n’é sentito parlare pochissimo. Perché questa vergogna? La risposta é chiara: la Cina ha sempre fatto leva sul suo grado di nuova, grande, emergente potenza economica per minacciare tutti coloro che si occupassero di tale questione. Ai giornalisti di tutto il mondo che cercano di documentarsi non permette di poter svolgere il proprio lavoro chiudendo le frontiere e restringendo tutte le libertà anche per loro. Le nazioni che chiedono chiarimenti in merito vengono accusate di “ingerenza negli affari interni del Paese” e minacciate di provvedimenti di materia economica. E’ proprio questo il suo “punto di forza”! E’ mai possibile che l’intera comunità globale si fermi di fronte ad una minaccia prettamente economica e chiuda un occhio sulla devastazione di un intero popolo? Non riesco a crederci…
Un episodio per il quale mi sono vergognato di essere italiano é stato quello che durante l’ultima visita ufficiale del Dalai Lama in Italia, in qualità di leader del Governo Tibetano in esilio (governo riconosciuto dall’ONU!!!) non é stato ricevuto da nessun esponente del nostro governo né tanto meno da papa Ratzinger. Lasciatemelo dire, é stata una vera vergogna!
Negli ultimi giorni, in vista del 50° anniversario della fallita rivolta contro Pechino e del primo anniversario dalle proteste anti-Cina in vista dei Giochi Olimpici che provocarono l’uccisione di centinaia di civili e l’arresto di 8.000 persone, la stessa Cina si é data da fare: ha infatti deciso di vietare l’ingresso a tutti i turisti stranieri fino alla data del primo aprile. Questo per isolare il mondo dal Tibet e per non lasciar trapelare alcuna notizia su altre eventuali rivolte. Ma non ha fatto solo questo: ha infatti rafforzato la sicurezza in questa zona mobilitando decine di migliaia di soldati e agenti di polizia. Non é finita qui: memori dell’uso che i tibetani fecero degli sms e di internet con i quali riuscirono a comunicare al mondo le proteste anti-Cina, le autorità cinesi hanno deciso di bloccare dal 10 marzo al 1° aprile le reti di internet e di telefonia mobile.
E’ di pochi giorni fa la notizia che 109 monaci buddhisti sono stati arrestati nel giorno del capodanno tibetano, il 25 febbraio scorso, e che saranno sottoposti a “ri-educazione” politica.
La versione della Cina per quanto riguarda i recenti fatti è la seguente: i problemi in Tibet sono causati da “forze occiedentali anticinesi che vogliono creare divisioni, indebolire e demonizzare la Cina”, di cui temono la crescente forza. Nel 2008, in vista dello Olimpiadi, il governo cinese ha già fatto leva sul sentimento patriottico per spiegare ai suoi cittadini le proteste pro-Tibet e anticinesi che hanno accompagnato il viaggio della torcia olimpica.
E’ nostro dovere, da cittadini del mondo, informare tutti sulla questione del popolo tibetano, proprio come sta facendo l’attore hollywoodiano Richard Gere, perché non possiamo tacere sulla distruzione di un intero popolo, tra i più pacifici del mondo, guidato da una delle personalità più rispettate nella sfera mondiale.
Questo per me é un obbligo morale e mi auguro che tutti voi possiate aiutare questa causa. Ora vi lascio con uno slogan che spero porterete nel cuore come io ho già fatto:
FREE TIBET!
Simone Italiano