
Lo scorso 12 giugno gli iraniani sono stati chiamati alle urne per eleggere il loro nuovo presidente. I candidati erano 4: il presidente uscente Ahmadinejad, l’ex primo ministro Mousavi, l’ex presidente del Parlamento Karroubi e l’ex capo del corpo militare dei Pasdaran Rezaei.
La vera sfida, come si prevedeva, è stata tra il presidente uscente Ahmadinejad e il leader riformista Mousavi.
Ahmadinejad, giustamente, è considerato già da tempo un pericolo per il mondo. Non a caso si è definito, dimostrandolo sempre, un “fondamentalista”. E’ la stessa persona che difende a spada tratta il programma nucleare iraniano e che con il suo governo è tra i maggiori finanziatori di Hezbollah, l’organizzazione terroristica libanese. Sono ben noti in tutto il mondo i suoi discorsi anti-sionistici e contro lo Stato di Israele.
A fronteggiarlo in queste elezioni è stato Mousavi, ex Presidente del Consiglio. La sua candidatura è stata festeggiata sin dal primo momento dalla popolazione, poiché vede in lui una nuova speranza per il paese, ridotto in un pessimo stato da 4 anni di potere di Ahmadinejad. Un paese dove ormai la corruzione la fa da padrona, dove la crisi economica ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione, che già da tempo deve far fronte alle restrizioni economiche imposte dalla comunità internazionale e dove l’inflazione arriva al 25 / 30%.
Eppure questa persona ha portato avanti numerosi e bei campi di battaglia: dall’uguaglianza tra i cittadini (garantendo maggiori diritti alle donne) all’onestà, dalla libertà di espressione a una nuova linea di dialogo da aprire con il Presidente degli Stati Uniti Obama.
Una bella data per il popolo iraniano, il 12 giugno. Tanto attesa. E finalmente arrivata. L’affluenza è stata dell’85%, un vero e proprio plebiscito. I seggi sono rimasti aperti fino a 6 ore dopo del previsto, vista l’affluenza record. Bei momenti di democrazia. Almeno fino a quel giorno.
Subito dopo è cominciato lo scontro sui voti.
Mousavi si è proclamato immediatamente vincitore con il 65% circa dei voti. Subito dopo un comunicato dell’Irna, l’agenzia di stampa iraniana, lo smentisce e lo contraddice: il vincitore è Ahmadinejad. Sono ore di grande confusione, dove non si riesce a capire cosa stia succedendo.
Passano le ore e il quadro si comincia a fare piuttosto chiaro: le elezioni sono state vinte dal presidente uscente con il 63% delle preferenze.
Non si fanno attendere le proteste da parte del leader sconfitto. Vengono subito denunciati brogli elettorali: sembra infatti che siano state stampate 7 milioni di schede in più del necessario; i delegati di Karroubi e di Mousavi non hanno potuto adempiere alle loro funzioni all’interno dei seggi elettorali; vi è stato inoltre un attacco alla sede elettorale di Mousavi.
A questo punto si delinea nella popolazione un senso di rabbia verso lo Stato che ha manipolato i voti, riconfermando al potere chi non ne ha il titolo. E cominciano le manifestazioni.
Nelle strade di Teheran scendono in piazza milioni di persone, folle oceaniche che chiedono e lanciano slogan come: “Where is my vote?”. Una situazione veramente incredibile, mai vista prima. Che da un po’ di fastidio a chi governa.
Vengono subito prese delle misure per prevenire queste che definisco “ondate di democrazia”: vengono imbavagliati i media, viene impedito l’accesso a portali come Facebook o Youtube, i reporter e i corrispondenti stranieri vengono espulsi dal paese e vengono attuate forti repressioni contro coloro che manifestano.
Ma tutto ciò non serve a far distrarre l’opinione pubblica internazionale da questo scenario: nonostante i blocchi ad internet il mondo viene messo a conoscenza delle violentissime repressioni che vengono attuate nel paese; grazie a siti come Twitter si possono vedere i video delle manifestazioni di protesta e le violenze che vengono messe in atto dal regime; grazie ai blog si continuano a ricevere notizie dettagliate da Teheran.
Molti considerano questa protesta la prima rivoluzione grazie allo strumento di Internet. Rivoluzione o non rivoluzione, questo è sicuramente un grandissimo processo democratico, tra i più importanti mai visti in tutto il mondo, che sta avvenendo in Iran grazie anche a questo strumento. Ed è un processo che non deve essere in alcun modo ostacolato. C’è un popolo che chiede verità, ed è pronto a pagare a caro prezzo questa richiesta, anche con la sua vita.
Non sappiamo quante persone in questi giorni hanno perso la vita in queste proteste, se sono decine o centinaia, e nemmeno quante ce ne saranno. Sappiamo solo che ogni vita persa è una vita persa per la causa della libertà e della democrazia.
Io mi auguro che continuino sempre più incessanti le richieste da parte della comunità internazionale di porre fine alle repressioni e alle violenze in Iran, e spero che il regime iraniano dia retta al suo popolo, prima ancora di dar retta a questi appelli internazionali.
Ma la cosa più importante che auspico sono nuove elezioni democratiche sotto il controllo attento ed oculato di osservatori internazionali. E’ secondo me la scelta migliore che si possa fare per restituire giustizia al popolo iraniano.
Simone Italiano
Bravo Simone,
conosco la situazione perchè la seguo ma leggendoti ho appreso dei particolari che non conoscevo.
Continua così…e speriamo la situazione si raffreddi e che la democrazia abbia la meglio.
Complimenti Simone…Bell’articolo…
sei ben riuscito a spiegare la situazione,non si sente parlare d’altro in qst giorni al telegiornale…
speriamo che trovino una soluzione al + presto…
Indipendentemente da come andrà a finire,(presumo che la rivolta verrà soffocata), in Iran le cose potrebbero cambiare ancora. E’ la terza rivoluzione, negli ultimi tempi, grazie ad internet. La seconda è avvenuta in Indocina e la prima negli Stati Uniti con l’elezione di Obama, che si è potuto candidare con il finanziamento di milioni di persone tramite internet, anzichè con quello delle lobby e delle multinazionali. E Obama sta già dando i suoi frutti positivi. Speriamo che il potere non riesca a ingabbiare internet: Kamenei ci sta già provando: ha aperto un suo sito su my-space. Il dramma dell’Iran viene da lontano : dalla rivoluzione fondamentalista di Komeini, che a sua volta è stata anche conseguenza della politica imperialista degli Stati Uniti, dei tentativi riusciti dei paesi occidentali di sottrarre risorse(il petrolio) ai paesi dell’Africa e dell’Asia, corrompendo e mantenendo nei territori, istituzioni fantoccio.Anche il terrorismo nasce da tutto questo: e alla fine, tutti i popoli, chi più,chi meno ne pagano le conseguenze.