
Il titolo parla già da solo. Una vita per la democrazia. Proprio così.
Aung San Suu Kyi è una donna birmana, classe 1945, da sempre attiva per la difesa dei Diritti Umani.
Figlia del generale Aung San che negoziò l’indipendenza della Birmania dalla Gran Bretagna, motivo per il quale venne ucciso, fin dalla gioventù si distinse nel suo Paese come leader di un movimento non violento che si ribellò al regime militare allora al governo.
Ad influenzarla fortemente in tutta la sua vita è stato l’insegnamento del Mahatma Gandhi.
Le sue vicissitudini iniziarono nel 1988, anno in cui fondò la Lega Nazionale per la Democrazia, un partito che avrebbe presentato alle future elezioni in opposizione al regime militare da poco instauratosi nel Paese e che governa tuttora. Proprio per questo, dopo neanche un anno, venne messa agli arresti domiciliari.
Due anni dopo, nel 1990, quando il regime chiamò il popolo alle urne, la Lega Nazionale per la Democrazia ottenne una vittoria schiacciante, che avrebbe dovuto incoronarla primo ministro del Paese. Cosa che prontamente non avvenne a causa dei militari che presero il potere con la forza, ignorando del tutto la volontà popolare.
L’anno successivo, per la sua politica di non violenza, venne insignita del Premio Nobel per la Pace. Con i soldi che ne ricavò costruì nella sua Birmania un efficiente sistema sanitario e di istruzione.
Nel suo lungo travaglio di questi ultimi ventun anni ha passato dei momenti molto bui, come la morte del marito che non poté più rivedere insieme ai suoi familiari a causa delle disposizioni del regime, o il fallito attentato sferratole il 30 maggio 2003: un gruppo di militari aprì il fuoco contro il convoglio sul quale era presente con numerosi supporters uccidendo molte persone; attentato dal quale riuscì miracolosamente a salvarsi grazie alla prontezza di riflessi del suo autista. A seguito di esso la sua salute cominciò a deteriorarsi giorno dopo giorno.
In questi anni l’opinione pubblica internazionale è rimasta molto colpita da questa affascinante storia di una donna che ha sempre lottato, e continua a farlo nonostante le sue precarie condizioni di salute, per la libertà e la democrazia in un Paese che non ha nemmeno l’idea di cosa esse siano, assoggettato da decine di anni a regimi dispotici di tipo militare.
E stranamente anche l’attenzione delle grandi potenze mondiali verso questo Paese è andata sempre più ad aumentare.
Chissà, forse perché, com’è per il Tibet, non c’è di mezzo una grande potenza economica come la Cina, ma un gruppetto di militari. O forse anche perché la Birmania non è una grande miniera di petrolio come l’Iran, ma un piccolo stato nel povero sud-est asiatico.
Quando abbiamo di fronte tristi realtà internazionali come queste, a mio avviso, queste sono tutte osservazioni che dobbiamo fare per analizzare fino in fondo la questione e poterla comprendere.
Come dicevo prima, la comunità internazionale si è mostrata ultimamente molto partecipe. E’ infatti di pochi giorni fa l’invito fatto alla giunta militare birmana dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, di liberare tutti i prigionieri politici ed in particolar modo la stessa Aung San Suu Kyi.
Ed ha avuto inoltre vasta eco la dichiarazione del segretario di Stato americano Hillary Clinton che ha lasciato intendere che una eventuale liberazione dell’attivista birmana aprirebbe la strada a investimenti Usa nel Paese.
E’ infine di oggi la sua condanna a tre anni inflittale dal tribunale militare per aver violato gli arresti domiciliari, condanna che è stata fatta slittare di una decina di giorni per alleggerire, secondo la giunta militare, la pressione internazionale sulla Birmania.
Era notorio già da tempo il fatto che questo processo fosse una farsa e che il suo unico scopo fosse quello di escluderla dalle elezioni che si terranno il prossimo anno. Questo perché la popolarità che ha acquisito nel suo Paese è molto grande e sarebbe quindi un pericolo garantito per la giunta militare poterla ammettere alle future consultazioni popolari. Stessa giunta che, con un grande scatto di benevolenza, ha deciso di dimezzare la pena ad un anno e mezzo. Chiaramente perché non cambierebbe nulla di quelli che sono gli schemi già da tempo impostati per le prossime elezioni.
Questa mattina, subito dopo il verdetto di condanna, la reazione del mondo a questa sentenza è stata decisamente forte. Si sono levati forti cori di protesta sia dalle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, che ha definito la condanna “vergognosa”, sia dal mondo politico internazionale. Con l’Unione Europea che ha invocato nuove sanzioni contro il regime militare, l’Australia che ha richiamato il suo ambasciatore e la Malesia che indetto una riunione straordinaria degli Stati del sud est asiatico, per citarne alcuni.
Nelle prossime settimane staremo a vedere se tutta questa voglia di giustizia che ha mostrato unanime il mondo intero continuerà fino a quando sarà necessario oppure si arenerà prima, quando la foga e l’interesse che si sono mostrati in queste ore svaniranno come per molti altri tristi episodi.
Non ci resta che sperare che venga fatta giustizia verso una grande donna che ha avuto sempre il coraggio di lottare per il suo Paese nonostante tutte le vicissitudini a cui è stata sottoposta.
E’ un nostro dovere morale continuare a sostenerla.
Simone Italiano